Quando mi sveglio la mattina, guardo la foto del matrimonio, mia e di mio marito. A volte, quando non devo alzarmi in fretta, svegliata dai miei figli, penso: chi sono davvero?! Qual è il senso della mia esistenza? Da dove vengo e dove vado? Da anni ho costantemente la sensazione di essermi svegliata da poco da un coma durato tutta la vita, e che il sogno che ho fatto fosse solo un incubo finalmente finito. Ma, a parte quell'incubo, non ricordo nient'altro.
C'era sempre mio padre ubriaco che, ironia della sorte, mi diede più calore e mi dedicò più tempo di mia madre, la quale invece era fredda e assente. Mi chiedo come diavolo io sia arrivata a sposare qualcuno. Non sognavo, come una bambina qualunque, un abito da sposa bianco, un principe delle fiabe e tutte quelle cose da ragazzine. In realtà non avevo sogni, anche se mia madre diceva che una persona deve averne, altrimenti impazzisce.
Mio padre mi modellava maialini rosa e coccodrilli verdi con la plastilina. Li ricordo ancora oggi e posso ricrearli in modo abbastanza fedele. Mi aggrappo a quei maialini e coccodrilli perché sono tra i pochi ricordi preziosi e i «tesori» della mia infanzia. La mia mamma era al lavoro a quel tempo. Mio padre mi portava a passeggio, coglievamo fiori e abbracciavamo gli alberi. Ogni Pasqua raccoglievamo i rami di salice, dipingevamo le uova, e a Natale addobbavamo l'albero e facevamo un pupazzo di neve. In quei momenti condivisi mio padre a volte era sobrio, ma troppo spesso era ubriaco.
A volte cercavo una bottiglia che mio padre aveva nascosto con cura, ma non avevo idea di cosa ne avrei fatto se l'avessi trovata. Mia madre era assente, occupata con qualcosa tutto il tempo. Solo una volta nella vita mi schierai dalla parte di mio padre, esprimendo la mia opinione. Allora mi insegnarono quanto fossi ingrata... Capitava che prendessi un brutto voto a scuola e mia madre mi guardava con tale gelo che avrei preferito un colpo in faccia piuttosto che guardare quegli occhi freddi.
I miei genitori creavano sempre in casa un'atmosfera d'amore. Se qualcuno mi avesse chiesto 20 anni fa com'era la mia famiglia, avrei risposto con certezza che era amorevole e gioiosa... C'erano momenti in cui mi sentivo senza casa, orfana, non appartenente a nessuno sul piano psicologico. Una bambina senza valore, bruttina... Ma non stupida, allegra, «l'anima della festa». Tante contraddizioni in un solo corpo, un angelo e una bisbetica, un'altruista e un'egoista, una ragazza poco istruita o una sciocca incurabile. Fino a ora ogni successo oggettivo mi genera una sensazione di malessere, in cui la gioia lotta contro l'incertezza e la paura di essere illimitatamente orgogliosa.
Non mi hanno insegnato a gioire. Sorrido, non rido, in modo indistinto, come la Gioconda o come se qualcuno mi avesse incollato le labbra. C'è una lotta costante tra il desiderio di essere bella ed elegante come a una festa e la sensazione di essere invisibile, trasparente e inosservata. Non sono mai abbastanza brava, abbastanza carina né abbastanza intelligente... Mio padre riteneva che i bambini non vadano lodati, perché rischiano di montarsi la testa. Mia madre era capace di litigare per una pentola scheggiata o una stanza pulita male. Non aveva tempo di scoprire come prendersi cura di sé, come vestirsi, ma sapeva additare la pettinatura che non le piaceva, la gonna troppo corta o i colori troppo sgargianti dei vestiti.
Non mi piace molto guardarmi allo specchio, non perché non mi piaccia. Quando mi guardo allo specchio, vedo il mosaico dei miei genitori. Invecchiando, assomiglio sempre di più a loro, anche se avrei potuto ereditare la mia struttura ossea da qualche altro parente che, in verità, non ho conosciuto, ma con cui avrei almeno un'associazione piacevole e su cui potrei inventare una bella storia - il mio antenato viaggiatore o scopritore. Ma, invece, nei momenti di stanchezza vedo il volto di mio padre ubriaco, e nei momenti di rabbia gli occhi freddi e scuri di mia madre.
Penso spesso a quanto Dio mi ami (e per cosa?), dato che mi ha chiamata all'esistenza e mi benedice ogni giorno. Mio marito, un uomo sensibile, che mi capisce più di quanto io capisca me stessa; i miei figli, che sono la mia evidente benedizione anche se hanno svelato il volto più oscuro del mio carattere - l'irruenza, l'impazienza, l'egoismo; la famiglia di mio marito, che suscita e nota in me tutto ciò che c'è di buono, mi fa sentire libera e mi fa sentire di aver gettato l'ancora nei loro cuori.
Per fortuna Dio non è mai stanco, né sopraffatto dal lavoro, né occupato, né meschino. Per fortuna si prende cura, resta sveglio, sostiene e consola. La sensazione di essere trasparente davanti a Dio mi dà un grande sollievo; Egli vede chi sono. Questo mi impedisce di ingraziarmi Dio, di mostrarmi migliore di quanto sia e, cosa più importante, posso sentire che l'amore incondizionato esiste.
Penso che, in realtà, non so cosa significhi avere dei genitori. Ricordo poco della mia prima infanzia, solo l'asilo e la scuola. Ricordo mia sorella maggiore, che fu la mia vera madre, le nostre gite, ma anche una grande nostalgia quando doveva occuparsi delle sue faccende.
Mia madre faceva sempre la stessa cosa. Mi prometteva qualcosa e poi non manteneva mai la parola. Perciò, quando mia sorella mi prometteva una gita, stringevo un lembo del suo pigiama per paura che partisse senza di me. E mia madre non capiva il problema. Era un brutto scherzo! Evito queste parole vuote e queste promesse vuote quando si tratta dei miei figli.
A volte penso a come sarebbe stata la nostra vita familiare se mio padre non avesse bevuto. Ora che è sobrio (è astinente da 12 anni) può essere parsimonioso, generoso, ma mai riflessivo. Fa finta che non sia successo nulla. Non c'è passato. Secondo lui, criticare gli altri, moraleggiare, dare consigli e indignarsi va bene. Tuttavia è capace di imprecare e inveire contro mia madre in pubblico in un modo che mi fa star male. La cosa peggiore è che lei stringe i denti e sopporta.
Ho capito piuttosto tardi che le questioni coniugali sono una faccenda «interna», nota solo alla coppia, e che dall'esterno non si può vedere il quadro completo di una coppia. Mia madre si lamentava di mio padre con me perché ne aveva bisogno. Mi ingombrava la mente di slogan sulla malvagità del mondo maschile, sulla necessità che una donna diventi autosufficiente, ecc. Non mi dedicò mai del tempo per insegnarmi qualcosa di utile, beh, forse a parte cucinare o qualcosa che potessimo fare insieme. Nella mia famiglia non esisteva l'INSIEME.
Dovevo sempre schierarmi dalla parte di qualcuno, ed era sempre quella di mia madre. Stranamente, non ho mai avuto paura di mio padre. Già da bambina, quando mio padre faceva una scenata in casa, mi pareva giusto dire la mia. Mio padre mi rimproverava di avere sempre un'opinione da esprimere. Avevo la sensazione di dover salvare mia madre, di doverla proteggere perché mio padre non mettesse in atto una delle sue minacce contro di lei. Doveva essere un bel quadretto: ero così piccola, appena sollevata da terra, con i pugni stretti, con lo slancio sul volto... Patetico! Se solo avessi saputo che era solo un gioco tra due adulti, persone immature incapaci di gestire la propria vita da soli.
Anche se non abbiamo scelto i nostri genitori, ho l'irresistibile sensazione che dobbiamo pagare moralmente, psicologicamente o fisicamente. Non ho la minima idea del perché, ma lo sento così. Certo, è un pensiero molto soggettivo, ma mi accompagna da tempo. Ciò che mi fa più male è l'atteggiamento di mia madre. Con la sobrietà di mio padre, mia madre perse la posizione di vittima danneggiata; dovette definire il suo modo di agire e, sorprendentemente, lo fece. Ora manipola mio padre facendo leva sulla sua scarsa conoscenza della realtà, sull'amnesia di una vita intera derivata dalla sua ubriachezza e sul soddisfare i suoi capricci e desideri più sciocchi. Ho la sensazione che simili patti, in un matrimonio con problemi di alcol, non finiscano mai e, persino da sobri, assumano varie forme sofisticate di codipendenza.
È triste, ma nella mia vita adulta sono sopraffatta da un fardello nuovo e inatteso: «tutta la verità su mia madre». Mentre il tempo mi scivola tra le dita, trovo pezzi indesiderati e dolorosi del puzzle che compongono l'immagine di mia madre. La donna che idolatravo, di cui mi fidavo e che - che orrore! - era il mio modello. Quell'immagine non esiste più. Non so se sia un suo atto consapevole. Mi illudo che possa essere una sorta di turbamento mentale.
Quella donna, a mio parere onesta fino in fondo, è ora indebitata, insieme a mio padre. Non è la fine della vergogna e dell'umiliazione, perché per strada gente, vicini, amici e parenti mi fermano per chiedere: «Quando restituirà i soldi tua madre?». Com'è stato triste e doloroso scoprire che mia madre chiede denaro in prestito a mia sorella e a me presentandoci motivi inventati. Per anni, mentre diceva che io e mia sorella dovevamo restare unite, ha eretto un muro di diffidenza, gelosia e dolore - ma di chi dovremmo fidarci se non di una MADRE?
Oggi sono io stessa madre e vedo quanto tempo e dedizione occorrano per prendersi cura dei figli e crescerli. È anche una GRANDE responsabilità. Devo ammettere, con il cuore dolente, che, oltre a garantire il mantenimento, mia madre non si prese cura di me come si deve. Ciò che ricordo è una favola della buonanotte e il lavoro dove la mia mamma doveva portarmi quando nessuno poteva restare con me. Ricordo anche le nostre pulizie del sabato, che aiutavano la mia mamma ad alleggerire la tensione legata alla situazione in casa.
La cosa peggiore era che mia madre pensava di poter disporre liberamente delle mie cose; distribuiva i miei giocattoli ad altri bambini senza chiedermi il permesso, buttava via tutto ciò che, a suo parere, era inutile: quaderni, vestiti, fermagli, nastri, bambole, orsacchiotti, ecc. Una volta buttò via i miei calzini preferiti; non capì la mia protesta che quei calzini, benché bucati, volevo buttarli io stessa. Korczak aveva ragione a dire che ai bambini togliamo il diritto di avere una propria opinione, cose proprie... Un bambino è piccolo, vulnerabile e troppo debole per resistere al nostro egoismo, alla nostra impazienza o alla nostra impulsività. E un'altra cosa: capitava che mio padre, da ubriaco, mi mettesse in macchina. Quando ci penso, cerco di capire se mia madre lo sapesse, o se non le importasse affatto.
Sono in cammino da 15 anni, ho alle spalle un passato che comprendo sempre meglio. Non ho, come molti altri, il bisogno di tornare al passato o di cambiarlo.
Sono felice che sia già dietro di me e di non doverlo rivivere. Ho dovuto, o in realtà, ho davvero voluto trasformare quel male e quella sofferenza della mia famiglia in qualcosa di buono, in qualcosa che mi permettesse di vivere con saggezza, onestà e amore. Ci riesco solo grazie a Dio. Dal punto di vista umano, sono cresciuta in una famiglia patologica che mi ha ferita emotivamente e non mi ha permesso di maturare in molte sfere importanti necessarie nella vita per avere successo ed essere felici. Ma attraverso il prisma di Dio sono colei che ha trovato il suo posto nella vita; che comprende meglio gli altri; che lavora con persone che hanno bisogno di empatia, comprensione o consolazione; che ama i suoi figli senza la smania di accaparrarseli; che si fida di Dio, il cui amore può spostare le montagne.